La serie ideata e voluta da Agag per portare il mondo delle corse in luoghi iconici del pianeta grazie all’impatto zero, già nei primi round ha dimostrato una filosofia molto light sotto il profilo sportivo, ma in Sardegna con l’Island prix si è schiantata anche la facciata green visto che il campo militare di Capo Teulada è nell’occhio del ciclone per disastro ambientale.
Dopo un lungo lancio mediatico durato quasi due anni, nonostante tutti i campioni presenti la formula dell’Extreme E sportivamente non è riuscita a bucare. Che il mondo dei motori non sia sensibile alle tematiche ambientali centra davvero poco. A non convincere è un concetto di gara che non è né carne e né pesce (e forse nemmeno del tofu), portato avanti con un concetto di corse off-road molto personale, se vogliamo con un concetto di sport spettacolo, che però senza avere alle basi un’esperienza di cosa sono certe discipline latitano sia sport che spettacolo. Per non parlare della bolla in cui si è chiuso, stile set cinematografico lontano da tutto e da tutti, dimenticando che il mondo dell’auto (sportivo o meno) è passione e contatto diretto e non una cosa astratta da vedere su qualche schermo. Questo rifiuto del mondo ha portato Agag a sostituire le due gare sudamericane (causa pandemia) con la Sardegna e il sud dell’Inghilterra, ma per mantenere intatta la sua bolla ha scelto due campi militare zone off-limit per tutti. Una scelta che cozza con tutta la coreografia green creata intorno alla serie a cominciare dalla nave St Helena, che fa da polo logistico e laboratorio itinerante sui cambiamenti ambientali. Ma nel caso di Capo Teulada nel nome del new green deal è andato ad infilarsi in un campo militare, per il quale solo quest’estate sono stati messi sotto inchiesta i vertici militari del nostro esercito per disastro ambientale. Uno scivolone che dimostra che la visione personalistica non è solo sul lato sportivo, ma anche su quello dell’immagine. Mettere tutta quella coreografia green a favore di una zona, passata alla cronaca anche per l’inquinamento da radioattività e uno schiaffo agli abitanti delle zone adiacenti i primi a pagare il prezzo dei geni che si sono sognati di usare le bombe sporche anche nelle esercitazioni.